🎙 CHANGE — Innovation Podcast by Andrea Toniolo

Il mondo che cambia,
visto con gli occhi
dell’open innovation.

Tutti gli episodi del podcast CHANGE: testi, idee e conversazioni sull’innovazione aperta, l’intelligenza artificiale e le aziende che costruiscono il futuro.

17Episodi pubblicati
2Stagioni
Idee di open innovation
🟢 Stagione 2

Gli episodi più recenti

⚡ Ultimo episodio
Ep. 11 · Stagione 2 CHANGE — Innovation Podcast

Cina vs Europa: chi sa davvero trasformare l’open innovation in vantaggio industriale?

La Cina sta superando l’Europa nell’open innovation? Dipende da cosa intendiamo. Se guardiamo la capacità di trasformare la conoscenza aperta in vantaggio industriale reale, il quadro cambia — e ci mette davanti a domande che le PMI del Nord Est non possono più rimandare.

Ciao sono Andrea Toniolo cofondatore di OPEN OS benvenuto in CHANGE il podcast sul mondo che cambia sotto gli occhi dell’open innovation.

C’è una domanda che oggi chi si occupa di innovazione non può più evitare: la Cina sta davvero superando l’Europa nell’open innovation? È una domanda utile, perché ci porta fuori dalla retorica e ci obbliga a guardare come l’innovazione produce valore. La risposta più onesta è questa: dipende da cosa intendiamo per open innovation.

Se la immaginiamo come apertura culturale, dialogo con startup, università, call for ideas, hackathon, innovation lab e co-creazione, allora l’Europa mantiene una tradizione molto forte e raffinata. Tuttavia, se la leggiamo come capacità di usare conoscenza esterna per generare rapidamente vantaggio industriale, allora il quadro cambia. In questa prospettiva, la Cina oggi corre più forte.

Per anni in Europa abbiamo raccontato l’open innovation come un’evoluzione intelligente del management: superare i confini aziendali, attivare reti, ascoltare clienti, aprire la ricerca, costruire ecosistemi tra impresa, università, fornitori e territori. Tutto corretto. Eppure, nel frattempo, in Cina l’open innovation è diventata qualcosa di più: una macchina di esecuzione industriale.

Questa è la vera differenza. L’Europa produce conoscenza, finanzia ricerca, costruisce relazioni e modelli di cooperazione. La Cina mostra invece una crescente capacità di prendere quella conoscenza, anche quando nasce da reti aperte, e trasformarla rapidamente in produzione, scala, filiera, standard e presenza sul mercato. In altre parole: l’Europa collabora bene, la Cina collabora e industrializza.

Due esempi aiutano a capire. Haier, con HOPE (Haier Open Partnership Ecosystem), ha costruito un ecosistema globale per attrarre conoscenze e partner esterni, trasformando questa apertura in sviluppo prodotto e accelerazione industriale. Dreame, cresciuta dentro la Xiaomi Ecological Chain, dimostra come tecnologia, filiera e distribuzione possano convergere in un sistema che accelera apprendimento e scala. In entrambi i casi, l’open innovation non è un progetto separato: è architettura competitiva permanente.

In Europa l’open innovation resta spesso associata a iniziative dedicate. La vera sfida, pertanto, non è nell’apertura in sé, ma nella capacità di assorbire, integrare, coordinare e scalare. Dunque la domanda che ogni imprenditore del Nord Est dovrebbe porsi non è “facciamo open innovation?” ma: siamo capaci di trasformare la conoscenza esterna in vantaggio competitivo misurabile?

Perché è lì che si decide il prossimo vantaggio competitivo. Non nella retorica dell’innovazione, ma nella capacità di renderla sistema.

Ep. 10 · Stagione 2 ⚡ Ultimo episodio

Ambizione – la misura del cambiamento

L’ambizione non come affermazione personale, ma come tensione verso qualcosa che ancora non esiste. Quando diventa la forza che orienta un’intera organizzazione verso la trasformazione strutturale, il cambiamento non è più eventuale: diventa inevitabile.

Ciao sono Andrea Toniolo cofondatore di OPEN OS benvenuto in CHANGE il podcast sul mondo che cambia sotto gli occhi dell’open innovation.

C’è una parola che oggi propongo come possibile misura per capire se qualcuno è pronto ad agire davvero: ambizione. Non nel senso dell’affermazione personale, ma come tensione verso qualcosa che ancora non esiste. È quella forza interiore che porta una persona – e poi un’azienda – a non considerare l’attuale configurazione come definitiva. L’ambizione, intesa in questo modo, diventa un indicatore silenzioso: quando è presente, genera visione, alimenta la motivazione, mette in circolo energia. È spesso da lì che iniziano le scelte strategiche più significative.

Oggi abbiamo strumenti straordinari per migliorare le performance. L’efficienza è diventata una competenza diffusa: automatizziamo, ottimizziamo, acceleriamo. Gran parte delle attività ripetitive si sta progressivamente comprimendo grazie alla tecnologia. Questo libera spazio per ciò che conta davvero: creatività, progettazione, connessione tra idee. Ma la creatività, da sola, ha bisogno di una direzione. E quella direzione la offre l’ambizione.

Quando l’ambizione diventa quella di creare un grande team di dipendenti e clienti che innovano insieme, di essere la prima azienda nel proprio mercato a farlo, allora il cambiamento non è più eventuale: diventa inevitabile. Non si tratta di posizionamento, ma di trasformazione strutturale. Per costruire un team esteso occorre ripensare il modo in cui si ascolta, si decide, si sviluppano prodotti e servizi. L’ambizione, in questo caso, è la forza che orienta tutto il sistema e gli dà una nuova direzione. In un mondo in cui tutto tende a essere ottimizzato e reso più efficiente, è proprio l’ambizione che mantiene l’organizzazione vitale, che evita l’appiattimento nella sola performance e che accende l’energia necessaria per far evolvere davvero il mercato.

Senza ambizione, anche gli strumenti più avanzati restano strumenti. Con ambizione, diventano leve di trasformazione. Perché è l’ambizione che decide se vogliamo semplicemente funzionare meglio o se vogliamo diventare qualcosa di diverso.

Questo è CHANGE. Il podcast su come il mondo cambia quando l’ambizione diventa una scelta concreta e collettiva.

Ep. 9 · Stagione 2

Open olympics: da fan a creatori

FAN26 è la community ufficiale delle Olimpiadi Milano Cortina 2026. Ma se invece di “fan” fossimo “creatori”? Le Olimpiadi non sono solo uno spettacolo da guardare: sono un’opportunità per co-progettare mobilità, sostenibilità, servizi e infrastrutture che resteranno dopo i Giochi. Da FAN26 a CREA26: dalla partecipazione emotiva alla partecipazione generativa.

Ciao, sono Andrea Toniolo, cofondatore di OPEN OS. Benvenuto in CHANGE, il podcast sul mondo che cambia sotto gli occhi dell’open innovation.

I grandi eventi sportivi raccontano molto più dello sport. Raccontano come un Paese pensa la partecipazione. Nel caso delle Olimpiadi Invernali Milano Cortina 2026, l’energia è palpabile: i territori si preparano, l’attesa cresce, tutto si muove. Ed è qui che nasce FAN26, la digital community ufficiale dei Giochi.

FAN26 è pensato bene: ti tiene aggiornato, ti dà accesso prioritario ai biglietti, ti fa conoscere atleti e storie, ti offre vantaggi dai partner ufficiali. È un modo intelligente per creare un pubblico coinvolto. Ma c’è una riflessione che voglio condividere: la parola “fan” — per quanto potente — descrive un ruolo preciso. Il fan tifa, sostiene, si emoziona. Però rimane dall’altra parte della barricata. È pubblico, non co-autore.

Pensateci: viviamo in un’epoca in cui le community co-progettano automobili, piattaforme digitali, nuovi modelli di business. Limitare il coinvolgimento delle persone alla dimensione del tifo significa utilizzare solo una frazione del loro potenziale. Le Olimpiadi potrebbero essere una piattaforma aperta, non solo uno spettacolo organizzato per spettatori.

Ed ecco il punto: il linguaggio costruisce realtà. Se chiami le persone “fan”, le inviti a seguire. Se le chiami “creatori”, le inviti a contribuire. Ecco perché un’evoluzione verso CREA26 sarebbe un vero cambio di paradigma: dalla partecipazione emotiva alla partecipazione generativa.

Quando parliamo di questa evoluzione, la domanda vera è: cosa può essere migliorato attraverso una community di innovazione? La risposta è: tantissimo. Perché un’Olimpiade è una macchina complessa che tocca spazi fisici, servizi digitali, organizzazione, sostenibilità, cultura. E ogni pezzo può diventare migliore.

Partiamo dai luoghi. Milano e Cortina non sono solo scenografie, sono città vive. Possiamo migliorare la mobilità tra le sedi, l’accessibilità degli impianti, la segnaletica intelligente. E soprattutto: cosa ne facciamo dopo le Olimpiadi? In troppe città gli impianti olimpici sono diventati cattedrali nel deserto: costosi, sottoutilizzati, scollegati dalla vita quotidiana. Una piattaforma CREA26 potrebbe coinvolgere cittadini, associazioni sportive, scuole e imprese già nella progettazione. Gli spazi nascono olimpici ma crescono civici. Diventano parte del tessuto urbano, non monumenti al passato.

Poi i servizi: biglietteria, app ufficiali, accoglienza, ospitalità diffusa sul territorio. Una piattaforma può raccogliere idee per rendere tutto più fluido, più integrato, più “locale”. L’intelligenza artificiale analizza le proposte, trova pattern, seleziona le soluzioni migliori. Le persone non solo vivono l’evento, ma contribuiscono a migliorarlo.

Il modo in cui viviamo le gare può evolvere. Dashboard interattive per seguire le competizioni, contenuti educativi per le scuole, percorsi digitali per avvicinare i ragazzi agli sport invernali. La community può rendere lo sport più comprensibile e accessibile.

L’organizzazione: trasparenza sui processi, indicatori chiari sull’impatto economico e ambientale, feedback strutturati su sicurezza e gestione dei flussi. L’evento diventa un laboratorio di governance aperta.

La sostenibilità è centrale. Energie rinnovabili, gestione rifiuti, riuso delle strutture temporanee, filiere locali. Una community CREA26 potrebbe lanciare sfide concrete: mobilità a zero emissioni, materiali riutilizzabili, economia circolare applicata agli impianti. La legacy ambientale non è un optional: è parte del progetto dall’inizio.

Infine la dimensione sociale. Coinvolgimento delle scuole, percorsi per giovani talenti, valorizzazione delle imprese italiane coinvolte, storie da raccontare. L’Olimpiade può essere un acceleratore di competenze e relazioni con effetti duraturi.

CREA26, in questa prospettiva, non è un semplice cambio di nome. È un’architettura di partecipazione. Con strumenti come OPEN OS, l’intelligenza collettiva può essere organizzata, misurata, trasformata in decisioni concrete. Le Olimpiadi durano alcune settimane. Ma una comunità attivata prima, durante e dopo può generare valore per anni.

La differenza è questa: organizzare un grande spettacolo che prende energia dai territori e poi se ne va, oppure costruire qualcosa che lascia capacità, connessioni, infrastrutture che continuano a produrre valore. La differenza tra fare un evento e costruire un’eredità.

E voi? Come immaginate il vostro ruolo nelle Olimpiadi di Milano Cortina 2026? Da fan o da creatori?

Ep. 8 · Stagione 2

Human in the loop con l’IA attraverso l’open innovation

L’IA elabora e propone. Le persone orientano e validano. Il mercato contribuisce ad allenare il sistema. Quando il loop include clienti, partner e dipendenti, l’algoritmo apprende dal contesto reale dell’impresa e la tecnologia cresce insieme all’organizzazione.

Ciao, sono Andrea Toniolo, cofondatore di OPEN OS. Benvenuto in CHANGE, il podcast sul mondo che cambia sotto gli occhi dell’open innovation.

Oggi parliamo di un concetto che sembra tecnico, quasi ingegneristico, ma che in realtà è profondamente culturale: human in the loop. E lo facciamo mettendolo in dialogo con l’open innovation, perché è proprio qui che si gioca una partita decisiva per le piccole medie imprese.

L’espressione human in the loop nasce molto prima dell’intelligenza artificiale generativa. Affonda le sue radici nella cibernetica del secondo dopoguerra, con studiosi come Norbert Wiener che analizzavano i sistemi di feedback tra uomo e macchina. Negli anni Sessanta Licklider parlava già di simbiosi uomo-computer: una collaborazione strutturale tra capacità umana e potenza di calcolo. Non una sostituzione, una cooperazione.

Oggi l’intelligenza artificiale è entrata nelle aziende con una velocità sorprendente. Genera testi, analizza dati, produce simulazioni. Ma c’è una domanda che ogni imprenditore dovrebbe porsi: chi orienta questa intelligenza? Chi le dà contesto? Chi la collega al mercato reale, ai clienti veri, alle dinamiche industriali specifiche di un territorio come il nostro?

Qui entra in gioco l’open innovation. Perché human in the loop non significa soltanto “mettere un manager a controllare l’algoritmo”. Significa progettare sistemi in cui l’intelligenza artificiale viene allenata, guidata e migliorata grazie al contributo di una comunità: clienti, partner, dipendenti, fornitori, giovani talenti. L’open innovation amplia il loop. Non è più solo uomo-macchina. Diventa ecosistema-macchina.

Per una piccola e media impresa questo è un passaggio strategico. L’IA, se isolata, tende a generalizzare. Produce risposte medie. Ma le PMI vivono di specificità: nicchie, competenze verticali, relazioni consolidate. Quando integriamo l’IA in un processo di open innovation, l’algoritmo smette di essere generico e inizia a riflettere la cultura industriale dell’azienda. Viene addestrato con problemi reali, con idee validate dalla community, con feedback continui.

E qui il beneficio è evidente: le decisioni diventano più rapide e più radicate nel mercato. Le idee vengono filtrate prima di trasformarsi in investimenti. L’innovazione si trasforma da intuizione individuale a processo condiviso.

Human in the loop e open innovation, in fondo, condividono la stessa filosofia: l’intelligenza è distribuita. L’IA accelera, le persone orientano, la community arricchisce. Il futuro delle PMI non sarà dominato da chi usa più algoritmi, ma da chi saprà costruire ecosistemi in cui tecnologia e capitale umano crescono insieme.

E quando questo accade, l’intelligenza artificiale diventa davvero un asset strategico, costruito nel tempo, allenato dal mercato, alimentato dalle persone. Perché il mondo cambia. Ma cambia meglio quando l’innovazione è un lavoro collettivo.

Ep. 7 · Stagione 2

Da evento clienti a community d’innovazione con l’open innovation

Come trasformare eventi clienti in community perpetue d’innovazione? Tag cloud, poll e survey animano la sala, ma il valore si esaurisce quando si spengono gli schermi. Con OPEN OS l’evento diventa una piattaforma continua.

Ciao, sono Andrea Toniolo, cofondatore di OPEN OS. Benvenuto in CHANGE, il podcast sul mondo che cambia sotto gli occhi dell’open innovation.

In questa puntata parliamo di eventi clienti: come forse li hai sempre vissuti e come invece stanno evolvendo oggi. Lanci prodotto, summit, training e conference vengono riletti come strumenti strategici, capaci di creare valore quando smettono di essere momenti isolati e diventano parte di un sistema continuo.

Partiamo dalle definizioni. Un evento di lancio prodotto nasce per presentare qualcosa di nuovo. Per anni è stato comunicazione a senso unico. Oggi il prodotto smette di essere solo mostrato e inizia a essere discusso. Il cliente entra nel percorso d’innovazione, talvolta persino nel miglioramento del prodotto prima della sua uscita sul mercato.

Il customer summit serve ad allineare. È lo spazio in cui clienti strategici, partner e azienda si confrontano su scenari e direzioni. Funziona quando l’azienda facilita il dialogo e il valore emerge dal confronto. Spesso il contenuto più rilevante nasce lontano dal palco, nei tavoli di lavoro e nelle conversazioni informali.

Il training con i clienti non è solo trasferimento di competenze. Oggi diventa apprendimento condiviso. Azienda e clienti lavorano insieme su casi reali, problemi concreti, contesti veri. La conference è il formato più ampio e visibile: funziona quando riesce a unire pensiero strategico e concretezza operativa, lasciando tracce che continuano nel tempo.

Dentro tutti questi formati entra una domanda decisiva: come coinvolgere davvero le persone? Tag cloud, poll live e survey in tempo reale sono strumenti ordinati e immediati. Producono una fotografia della sala, mostrano partecipazione, restituiscono percentuali. Il loro limite è strutturale: l’interazione è breve e confinata nel momento. Finito l’evento, anche il valore tende a fermarsi.

Con OPEN OS il paradigma cambia. L’evento smette di essere un contenitore e diventa un attivatore di processo. Le persone portano contributi strutturati: idee, bisogni, problemi, proposte. Ogni contributo ha un contesto e una persona dietro. C’è poi un elemento decisivo: il dialogo con l’intelligenza artificiale. I clienti possono confrontarsi con l’IA prima di condividere un’idea — non per sostituire il pensiero, ma per chiarirlo. Le idee arrivano più mature, più utili, più lavorabili.

Ed emerge l’aspetto forse più rilevante: la community. Tag cloud, poll e survey vivono nel presente dell’evento. OPEN OS costruisce continuità. Le persone si riconoscono, dialogano, tornano. Ogni evento alimenta la stessa comunità d’innovazione, rafforzandola. L’evento clienti cambia così funzione: da comunicazione diventa infrastruttura di innovazione.

Il mondo che cambia chiede eventi che lasciano tracce, che costruiscono relazioni, che trasformano una giornata in valore che cresce nel tempo. Questo è CHANGE. Continuiamo a osservare il cambiamento. E soprattutto a costruirlo, insieme.

Ep. 6 · Stagione 2

Misurare l’innovazione

Oggi l’open innovation non viene più valutata per quante idee produce, ma per il valore concreto che genera. I KPI guardano oltre l’innovazione “vetrina” e chiedono risultati reali e allineamento strategico. I manager sono chiamati a rispondere di questi risultati.

C’è un segnale molto chiaro che arriva oggi dal mondo dell’impresa: l’innovazione smette di essere valutata per quanto si muove e inizia a essere valutata per quanto incide. Non bastano più idee, iniziative, proof of concept. Quello che oggi viene osservato è il valore reale prodotto, l’allineamento con la strategia, la capacità di portare risultati dentro i processi e nel business.

Questo cambio di prospettiva racconta una maturità nuova. L’open innovation entra nella stessa stanza in cui si guardano i numeri, le priorità, le scelte che contano. I KPI non servono più a dimostrare che un’azienda è innovativa: servono a capire se l’innovazione sta funzionando davvero. È un passaggio silenzioso ma profondo, perché sposta l’attenzione dal racconto al governo dell’innovazione.

Ed è qui che emerge un punto centrale: oggi i manager sono tenuti a ottenere questi KPI. L’innovazione entra nei sistemi di valutazione, nei piani industriali, nei momenti in cui si decide se un progetto continua o si ferma. Misurare l’innovazione significa assumersi una responsabilità diretta sui risultati, sui tempi, sulle risorse. Significa portare l’innovazione fuori dal perimetro protetto della sperimentazione e dentro la realtà dell’organizzazione.

OPEN OS nasce esattamente dentro questo contesto. Non come uno strumento per fare innovazione in astratto, ma come un’infrastruttura che aiuta i manager a governare questa nuova pressione. Ogni progetto parte da un bisogno reale del mercato o dell’organizzazione, ogni iniziativa è collegata a una funzione, a una priorità, a una direzione chiara. Questo rende l’innovazione immediatamente misurabile, perché nasce già dove i KPI contano.

Oggi viene premiata la capacità di portare soluzioni operative, di ridurre la distanza tra idea e implementazione, di trasformare il confronto con l’esterno in decisioni concrete. OPEN OS lavora proprio su questo spazio: accorcia il tempo tra ascolto e azione, tra dialogo e risultato. Non accumula innovazione, la mette in circolo.

C’è poi un dettaglio interessante: l’intelligenza artificiale non è il tema centrale. Non perché l’IA non sia rilevante, ma perché oggi il tema non è la tecnologia in sé — è il valore che quella tecnologia riesce a generare dentro i processi reali. L’IA, da sola, non è un KPI. Diventa rilevante quando accelera decisioni, riduce tempi, migliora risultati.

OPEN OS integra l’IA in un modello human-in-the-loop: l’intelligenza artificiale viene addestrata insieme alle persone e insieme ai clienti, mentre l’innovazione accade. Le domande che tornano, le idee che emergono, le soluzioni che vengono discusse diventano dati vivi, utilizzabili subito. L’IA non sostituisce il confronto, lo amplifica.

In questo scenario l’open innovation cambia natura. Non è più una promessa, diventa una funzione aziendale osservabile. Misurare l’innovazione oggi significa questo: collegare bisogni reali a progetti reali, persone reali a problemi reali, risultati reali a decisioni che contano.

Ep. 5 · Stagione 2

Tennis Hospitality: un nuovo paradigma?

Il tennis evolve verso circoli progettati per accogliere turismo italiano e internazionale, aperti e accessibili. Spazi dove il tennis resta centrale ma dialoga con altre attività, aprendo nuove possibilità di innovazione nel modo di vivere lo sport.

Questo è CHANGE, il podcast su come il mondo cambia se lo guardiamo con gli occhi dell’open innovation. Io sono Andrea Toniolo, cofondatore di OPEN OS.

Nel tennis il cambiamento raramente passa dalla sostituzione. È più simile a una sedimentazione: nulla scompare, tutto resta, e sopra si aggiunge qualcosa di nuovo. Il turismo legato al tennis esiste da sempre — hotel, resort, accademie dove si viaggia per allenarsi, migliorare, vivere il campo come esperienza totale. La novità sta oggi nella progettazione da zero di circoli dell’hospitality, pensati per accogliere il turismo italiano ed estero con servizi costruiti attorno al benessere dell’esperienza.

Oggi convivono almeno tre grandi categorie di club, da leggere come risposte diverse a bisogni diversi, senza gerarchie di valore. La prima è il circolo tecnico accessibile: campi, maestri, agonismo, vita sportiva intensa. È il circolo di prossimità, radicato nel territorio, fondamentale per la crescita dei giocatori. La seconda è il circolo esclusivo, tecnico, chiuso, con servizi: spazi curati, qualità elevata, accesso regolato, appartenenza come elemento identitario. Un modello storico, solido, che risponde a un’esigenza precisa.

La terza categoria segnala una tendenza emergente: il circolo dell’hospitality, tecnico, aperto, turistico, che attira anche il turista straniero. Un modello che tiene insieme qualità sportiva e apertura, esperienza e accessibilità, territorio e flussi. Non è obbligatorio essere soci per entrare, fermarsi, partecipare. Il circolo diventa attraversabile, permeabile, integrato.

In questo modello il tennis resta centrale, ma dialoga con altro: padel, pickleball, aree acqua, hospitality, ristorazione. Il club si amplia, accoglie, moltiplica le occasioni di permanenza. Diventa un luogo dove lo sport è il cuore, ma non l’unica ragione per esserci. Il circolo smette di essere un recinto e assume la forma di una piazza contemporanea, curata, ordinata, viva.

Esempi concreti iniziano a emergere. Sporting Life di Treviso interpreta il tennis ad alto livello tecnico inserendolo in un contesto aperto, elegante, accessibile. Jesolo Republic mostra come sport, turismo e servizi possano convivere in un luogo che non chiede appartenenza formale, ma partecipazione. In entrambi i casi il club dialoga con il territorio e con una nuova idea di comunità sportiva.

Non esiste un modello giusto e uno sbagliato: esistono modelli che si affiancano. Ed è proprio in questo spazio che potrebbe trovare terreno fertile, per la prima volta in modo naturale, il tema dell’open innovation nel tennis. Perché un circolo dell’hospitality, aperto e attraversabile, è anche un luogo dove sperimentare: nuovi servizi, nuovi format, nuove collaborazioni tra club, territori, operatori, community di giocatori.

Il campo resta rettangolare. Le regole restano le stesse. Tutto il resto si amplia. E quando uno sport cambia il modo in cui progetta i propri spazi, sta iniziando a cambiare anche il modo in cui immagina il proprio futuro.

Ep. 4 · Stagione 2

Crea la tua IA con i clienti

Come usare l’open innovation per migliorare l’IA aziendale insieme ai clienti, partner e dipendenti, passo dopo passo. Con un team human-in-the-loop e strumenti come OPEN OS, l’IA smette di essere generica e inizia a diventare davvero tua.

Immagina di insegnare alla tua intelligenza artificiale tutto sui tuoi prodotti e servizi, insieme ai tuoi clienti, partendo dalle innovazioni e dai suggerimenti che le persone scrivono quando entrano in relazione con l’azienda. Idee, proposte, osservazioni nate dall’uso quotidiano, dall’esperienza diretta, da quella conoscenza concreta che prende forma solo quando qualcuno si sente coinvolto.

È un’immagine potente, perché racconta un cambio di prospettiva: l’intelligenza artificiale cresce insieme alla community, alimentata dalla creatività e dall’intelligenza distribuita di chi conosce davvero il valore dell’offerta.

La conoscenza dei clienti vive proprio lì, nei contributi che decidono di condividere. Ma l’intelligenza artificiale non evolve da sola. Ogni suggerimento, ogni innovazione scritta diventa utile perché esiste un sistema che la guida e persone che la interpretano. L’IA propone, accompagna, struttura il dialogo, mentre il team governa l’apprendimento, decide cosa è rilevante, come integrare una regola, come migliorare le risposte. È un processo intenzionale, dove la tecnologia accelera e le persone danno direzione.

In questo scenario il human in the loop assume una forma molto concreta. Il team aziendale resta al centro e utilizza i contributi dei clienti per insegnare all’IA come interagire meglio: come valorizzare un’idea, come rispondere a una proposta, come accompagnare un ragionamento nascente. L’intelligenza artificiale impara il tono, il linguaggio, la postura culturale dell’azienda. Ogni intervento umano affina il sistema, ogni decisione lo rende più coerente.

L’open innovation diventa così un percorso guidato che trasforma la conoscenza diffusa in intelligenza aziendale. È esattamente questa la logica di OPEN OS: la piattaforma permette ai clienti di dialogare attraverso idee e suggerimenti, integrando il lavoro della community con il sistema di management interno. L’IA supporta la conversazione, il team governa l’evoluzione.

Per le imprese — soprattutto quelle di dimensione media e piccola — questo approccio apre una strada concreta e sostenibile. L’adozione dell’intelligenza artificiale diventa un percorso progressivo, costruito insieme ai clienti e guidato dall’organizzazione. Migliorare la tua IA con i clienti significa creare un’intelligenza collettiva che cresce nel tempo, che impara dalle innovazioni reali e che restituisce valore sotto forma di dialogo, chiarezza e capacità di evolvere.

Questo è CHANGE: un podcast che osserva come il mondo cambia quando l’intelligenza artificiale diventa davvero aziendale — guidata da chi conosce il valore e lo costruisce ogni giorno.

Ep. 3 · Stagione 2

Open innovation: prima progetto poi strategia

Questa puntata è ispirata a un articolo di Harvard Business Review, “The Project-Driven Organization”: aziende che smettono di organizzarsi per funzioni stabili e iniziano a lavorare attraverso progetti temporanei con obiettivi definiti, tempi limitati e responsabilità chiare — perché è lì che oggi si concentrano le decisioni che contano.
Ep. 2 · Stagione 2

Aprire il prodotto ai clienti

Aprire alcune parti del prodotto alla personalizzazione del cliente significa spostare il valore dalla vendita all’uso reale. Il valore nasce quando il prodotto resta operativo, si adatta ai contesti e risolve problemi concreti per chi lo utilizza ogni giorno. Come l’open innovation diventa efficace quando è focalizzata sul valore per il cliente.
Ep. 1 · Stagione 2

La fine dei post-it

Perché l’innovazione non muore sui muri, ma negli approcci rassicuranti. In questa puntata parliamo di post-it, workshop e del vero salto dell’open innovation: smettere di organizzare eventi e iniziare a costruire community vive, aperte e continue. Nel 2026 l’innovazione non si attacca — si abilita.
🟠 Stagione 1

Dove è iniziato tutto

Ep. 8 · Stagione 1

La sindrome dell’edificio finito, come non cadere nella trappola

Come usare l’open innovation per non cadere nella sindrome dell’edificio finito: la tendenza a smettere di innovare una volta che un progetto sembra completato, dimenticando che i sistemi più vivi sono quelli che non smettono mai di evolversi.
Ep. 7 · Stagione 1

Vicenza, come è cambiata negli ultimi 10 anni e come sarà tra 100 anni

Un viaggio attraverso la trasformazione di Vicenza: com’era, com’è oggi e come potrebbe essere tra un secolo. Un esercizio di visione lunga applicata al territorio, guardato con gli occhi dell’innovazione aperta.
Ep. 6 · Stagione 1

For All Mankind, dai viaggi sulla luna alle nostre aziende

Come sia importante sognare in grande e non mollare per essere di ispirazione anche per le aziende. La serie TV “For All Mankind” come metafora dell’ambizione necessaria all’innovazione: cosa succederebbe se non avessimo mai smesso di puntare alla luna?
Ep. 5 · Stagione 1

Come sta cambiando il ruolo del CEO?

Come sta cambiando la funzione del CEO e come questo impatta sui brand. Il leader aziendale nell’era dell’open innovation e dell’intelligenza collettiva: da figura di controllo a facilitatore di ecosistemi.
Ep. 4 · Stagione 1

Open innovation

Come l’open innovation si è evoluta rispetto alla sua definizione originale di Henry Chesbrough e cosa significa davvero applicarla oggi nelle aziende italiane. Un concetto che è cambiato, cresciuto e si è adattato ai nuovi contesti competitivi.
Ep. 3 · Stagione 1

Dati – parliamo di calo demografico

Come i dati possono predire il cambiamento: il calo demografico italiano diventa una lente per leggere sfide e opportunità per le imprese che vogliono innovare. I numeri raccontano una storia che le aziende non possono ignorare.
Ep. 2 · Stagione 1

HR – le risorse umane

Come sono cambiate e stanno cambiando le risorse umane e il loro ruolo chiave nell’innovazione aziendale. Le persone restano al centro — anche nell’era dell’intelligenza artificiale. HR non è più solo gestione: è abilitazione del cambiamento.
Ep. 1 · Stagione 1

Parliamo di emancipazione

Il franchise di Predator e come sia cambiato con l’emancipazione femminile di Prey. La cultura pop come specchio del cambiamento sociale, letto con gli occhi dell’open innovation: quando le storie cambiano, il mondo sta già cambiando con loro.