La sindrome dell’edificio finito, come non cadere nella trappola

La sindrome dell’edificio finito: quando mostri qualcosa di completato e, in fondo, non vuoi davvero sentire cosa ne pensano gli altri. Succede in azienda, in famiglia, tra amici. L’open innovation è l’unico antidoto — perché trasforma il feedback da minaccia a processo.

Cos’è la sindrome dell’edificio finito

Penso sia capitato un po’ a tutti — in ogni occasione, anche familiare, non è solo una cosa aziendale. Qualcuno al tavolo dice: “ascolta, guarda questa cosa che ho completato, dimmi cosa ne pensi.” E penso che tutti, a un certo punto, guardando quella cosa che viene chiesta di essere recensita, ci siamo domandati: ma lo vuole davvero il mio commento?

Può succedere anche nelle riunioni di lavoro. Ti trovi al tavolo, ti viene mostrata una cosa finita: “Ragazzi, ditemi cosa ne pensate.” E tu hai questa sensazione che in realtà la persona non voglia davvero sapere cosa pensi — perché l’ha finita. Cosa vuoi che faccia? È completato. E questa cosa lascia indietro tanti aspetti.

Il primo che mi viene in mente è il fatto che le persone non sentono di poter partecipare — le hai escluse, e poi alla fine dici “partecipate”. E questo succede anche in famiglia, con gli amici: un amico ti mostra qualcosa, tu guardi e ti chiedi se dirgli la verità oppure addolcire la cosa. Magari uno è anche esperto e potrebbe dare davvero delle migliorie, però si astiene — un po’ per carattere, un po’ per dinamiche passive-aggressive.

Le due facce del problema

Stavo pensando a cosa possa migliorare quella condizione. Cos’è che ci aiuta invece a non avere questa sindrome? Da una parte, a dire le cose anche quando qualcosa sembra finito. Dall’altra, a evitare che quando tu chiedi dei commenti tu sembri proprio non volerli accettare — perché c’è anche della verità dietro: magari non commentiamo cose di cui storicamente non siamo stati ascoltati. Abbiamo dato commenti che sono stati ignorati, o magari presi male.

Quindi eccole, le due cose da sistemare: da una parte, emanare l’immagine di qualcuno che, se gli mandi un commento, lo prende bene, lo assimila, lo mette in un processo. Apertura. Dall’altra, come persona, volersi fidare e dire: ok, mi espongo, mi fido.

L’open innovation come antidoto quotidiano

L’open innovation è l’unico modo che hai per fare entrambe le cose — per curare la sindrome dell’edificio finito. Da una parte sai, sei preparato al fatto che hai un processo, hai qualcosa che ti permetterà di modificare l’edificio — chiamiamolo l’edificio. Dall’altra, emani questa capacità: gli altri sanno che hai questa volontà. E l’open innovation risolve il fatto che le persone siano predisposte — nel senso che sanno di essere in un campo da gioco dell’innovazione o del miglioramento.

Non è che l’innovazione significa per forza “cambio il mondo, vado su Marte”. L’innovazione significa cambiare una virgola, cambiare qualcosa che rende quella cosa davvero migliore — anche se piccola, ma fa una grande differenza. Quindi adottare come metodologia quotidiana l’open innovation — accettare i commenti, accettare anche le cose apparentemente stupide — perché da ogni cosa che arriva puoi estrarre qualcosa. Puoi estrarre anche il fatto che le persone non hanno capito, che non hai comunicato bene.

Nella sindrome dell’edificio finito c’è spesso questa idea che le cose che arrivano siano sbagliate, o che le cose che darai saranno sbagliate. Bisogna risolvere anche questo problema — la chiarezza. E tra l’altro, quando le persone ti danno un commento sbagliato, scopri anche che non hanno capito alcune cose di quello che stai facendo. È molto interessante — anche se sì, è frustrante, lo capisco. Ma è informazione. E nelle informazioni si vive bene, si risolvono le sindromi.

Quindi chiudo dicendo: adottare l’open innovation tutti i giorni risolve la sindrome dell’edificio finito.

▶ Ascolta l’episodio

Questo articolo è tratto dall’episodio 8 della Stagione 1 del podcast CHANGE, pubblicato il 21 settembre 2022.

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